Wednesday, July 25, 2012

Monday, July 23, 2012

Nomi

Mi chiedo quale potrà essere la nuova esistenza di queste righe, che hanno avuto in passato nomi diversi... Behind Babel, come uno sguardo gettato oltre parole diverse e confuse... Raccolti attraverso storie, Appunti di viaggio... nei quali, Looking for places o behind people, negli autobus, per strada, tra amici, si svelavano poco a poco frammenti di umanità; questa esperienza, propria da terapeuta borderline, ha bisogno della saggezza di saper porre le domande giuste; per gettare ponti, ponti di parole, di narrazioni nascoste, fili tenui che solo una conoscenza appassionata di libertà e amicizia poteva restituire alle loro trame... una saggezza che solo le occasioni seconde, le second chances, può spesso offrire... stanotte mi chiedo se esiste un nome per tutto questo... perché nella mancanza di pudore del silenzio notturno si ritrovano e qualche volta si riallacciano fili impercettibili... magari con sostanza e forme diverse... Good Night and Good Luck

Sunday, July 22, 2012

forse, chissà...

Viaggiare, si sa, stimola i neuroni, i miei neuroni sicuramente... e quindi, da questa metavigliosa Sicilia, che al momento mi ospita, mi vien voglia di riprendere questo blog... con qualche cambiamento, forse, un po' per divertirsi che sempre fa bene, un po' per raccontare... ma sarà qualcosa che si deciderà a settembre... good night and good luck

Thursday, April 09, 2009

GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE!


Ho ricevuto alcuni commenti agli ultimi post sul campus: spero di avere capito bene questo policlinico universitario, che certo è un poco speciale. Se qualcuna/o dentro o fuori dal campus vuole correggere, aggiungere qualcosa (una storia), dire la sua liberamente, rispondere a qualche domanda, può lasciare un commento. Si possono lasciare commenti anonimi (in alcuni casi devono essere anonimi per discrezione), magari qualche segnale aiuta a capire meglio che lavoro svolge e quindi qual è il suo punto di vista. Ovviamente, l'unica regola è quella di non citare nomi (tranne che la persona in questione non sia d'accordo) oppure se non si è sicuri che non potrà mai leggere questo blog... si possono usare nomi di fantasia, ma lo scopo rimane quello di descrivere o spiegare il campus, perché si lavora in un certo modo, perché a uno gli può piacere il lavoro che fa, etc. Serve solo a fare capire perché si lavora in un certo modo, con passione e a 360 gradi (vero Federica?). Per il resto, tutte le cose simpatiche, divertenti e "gajarde" sono benvenute... Spero che nessuno si offenda per le cose che ho scritto, che sono sempre scritte con l'idea di essere positive.

un saluto e già da ora un ringraziamento (non scrivo l'autore, anche se non sarà difficile individuarlo). Per favore, non vendicatevi (soprattutto i romani): è tutto affetto!

La vita è un ospedale!


Oggi il marco esce dal Campus. Dopo una settimana. Esce pure Gino. Risistemato (in qualche modo) fisicamente e spiritualmente (è stato un evento commovente, ma me lo tengo per me). È contentissimo. Ha regalato alle infermiere delle uova di Pasqua. Veramente, la sua è una storia. Credo proprio che scriverò il libro che lui è convinto che sto scrivendo su di lui. Il titolo sarà "Eh vabbè, ringraziando Iddio" e finirà con "Ecchissenefrega?". Cioè nel risvolto di copertina ci sarà una voce, come nei biglietti di auguri, in modo che a ogni frase, il lettore potrà andare in fondo, girare la pagina e sentire "Eh cchi sse ne frega un c'ho metti?". Il sottotitolo sarà "meglio boscaioli che pecorari". Non ci saremmo mai incontrati, ora sono il suo biografo ufficiale e autorizzato. Tutti ormai in reparto sanno che verrà pubblicata questa biografia.

E io che cosa mi porto appresso da questa avventura, assieme a una cartella clinica più pesante e accurata? Una sola idea: che il mondo è un grande ospedale, dove tutti possiamo curarci e
aiutarci a vicenda, come si fa qui, con amicizia e discrezione.

Un grazie a tutti quelli che ci hanno seguito: a Federica, a Stefano, a tutti i dottori, tirocinanti e specializzandi del III Est, a Sara, Fede, Nadia, Alberto, Filomena, Fabiola e a tutti gli altri...
E a tanti degenti da cui ho imparato tanto e a quelli a cui ho potuto dare una mano: come nella vita che comicia fuori da queste mura. E a tutti quelli che hanno e stanno rendendo possibile il campus...

Good night and good luck, e buona Pasqua


Marco

Tuesday, April 07, 2009

EmotiCrohn


Sono costretto a correggermi: proprio sulla prima regola del post precedente. Oggi andando a fare la risonanza, ho incontrato una signora che ha ricevuto una medaglia. Perché? Perché è stata la prima degente ad entrare nella nuova sede del campus. Il 28 novembre 2007. Nessuno prima di lei. La chiameremo Marina, nome di fantasia. Ha una forma molto grave del morbo di Crohn, per cui non mangia, perde peso, subisce operazioni in continuazione, segue terapie sperimentali. Ne parla in modo pacato, sereno, come se non si trattasse di lei. È giovane ma dal 2001 non vive. La vita reale. La vita in 3D
Interviene diciamo Anna Paola persona elegante educata, di buona cultura: con un mucchio di domande a Marina. Sembrava di essere entrati in un programma televisivo sulla salute. La salute stile Mulino Bianco. Anna Paola pareva non rendersi che ogni domanda che faceva era fuori luogo, che a ogni parola corrispondevano giorni di dolore, lunghi ricoveri, operazioni ripetute; ma non c'era nessuna telecamera, solo una persona in carne e ossa, che con enorme pazienza e tranquillità rispondeva a ogni sua curiosità. Poi si è iniziato a parlare del campus, che Anna Paola non conosceva. Non poteva "credere a quello che vedeva": di conseguenza camminava cercando in giro cose che non funzionassero. Incosciamente per demolire qualcosa che non poteva esistere. Mi ha colpito. Gino mi aveva fatto notare che la porta della sala delle risonanze "si lamentava". Andiamo a cercare un po' d'olio e la sistemiamo. Anna Paola, nel frattempo, come se avesse trovato 500.000 euro nei pacchi, esultava: questo pavimento si sta sollevando e poi essere ricoverati qui deve essere noioso. In sostanza, il mondo è la solita schifezza, l'importante è che non ci siano segni di miglioramento, anche se tutto deve rimanere televisivamente coerente. L'orchestra del Titanic, ecco un bel simbolo di questa situazione.
Il massimo poi è stato quando "la prima degente" le ha detto che il campus è dell'Opus Dei. Di cui lei assicurava di non saper nulla. Però ricorrevano le parole segretezza, mani in pasta, soldi, potenza, politici a volontà. "E questo signora mia di Crohn, è proprio vero. La medaglia, signora, gliel'hanno data per farsi belli".
"Signora, qui mi hanno dato la vita e la medaglia mi ricorda questo e chi mi ha salvato. Per ora. Per questo sono fiera che me l'abbiano data".
Ma chi sono questi dell'Opus Dei? La signora della medaglia ha detto che lei non lo era. E qui è intervenuto il marco, dicendo: Io! Questi tre elementi mi hanno fatto pensare: ma sta cultura ci convince veramente che cose belle non ne possono esistere, che dobbiamo sempre metterci fuori e giudicare dall'esterno e trovare i difetti (senza pensare che possiamo correggerli?) . E che se le cose non passano per certi canali prestabiliti, non esistono. Però le giudichiamo. Per sentito dire. Quello che sappiamo è che la vita, non potendo essere sogno, deve essere incubo. Quindi, esorcizziamo l'incubo Mi sono chiesto però: perché la gente ha questa immagine delle cose belle? Le ragioni sono tante, ma forse la colpa è mia che non le so comunicare nel modo e con la passione giusta! Ma come si fa a comunicare una passione specialmente quando le emozioni e il sospetto fanno muro? Questo mi ha fatto arrabbiare, anche se lo ero di più per il morbo di Crohn. E mi sono beccato un meritato: "lei ha la coda di paglia". No, non c'ho la coda, e mi dispiace se mi sono incavolato. Mi dispiace perché tante persone in buona fede vivono in un mondo in cui il morbo di Crohn esiste solo se se ne parla in televisione, perché c'è sempre dietro qualcosa di cui dubitare, e perché non ci prendiamo la briga di ascoltare sul serio, di metterci nei panni degli altri. Se io fossi stato al posto di Anna Paola... ho provato a pensarci e la capisco. Purtroppo abbiamo solo potuto iniziare un discorso, spero che potremo risentirci presto, le ho lasciato i miei dati.

Mondo balordo. Gino mi dice: "questa è la verità, poi tu puoi pensarla diversa, ma a mme che mme frega?". Gli ho promesso che scriverò un saggio su questa critica al relativismo. Ma non è la soluzione, perché a me, di quello che pensa Anna Paola, me ne frega! Se non si vive appassionatamente e senza diffidenza, ma che si vive a fare? E se la mia passione non mi fa trovare le vie giuste per resuscitare queste anime morte, se non abbatte i muri di pietra di sospetti campati per aria, se non scalfisce massi che sono bolle di sapone, ci deve essere qualcosa di sbagliato!
Diceva Voltaire che noi moderni siamo un po' aridi in tutto. Questa forse è una sfida, ad amare il mondo appassionatamente! Se avete una bella passione fatela vivere!

Good night and good luck

Marco

PS.: di recente un mio caro amico, eminente e acuto professore di cui ho altissima stima, ha dichiarato a un quotidiano nazionale che una certa università è nelle mani dell'Opus Dei. Peccato che in quell'università non ci sia nessun membro dell'Opera e a domanda non è in grado di citare nessun nome. Concludo che l'Opus Dei non esiste. Il mistero s'infittisce...

Monday, April 06, 2009

Elenco (incompleto) di regole d'uso del Campus

Vi suggerisco alcune piccole esperienze, che magari vi serviranno e comunque verranno integrate nel corso del tempo

Sono regole semplici, valide in linea di massima in tutti gli ospedali. Le lascio in sospeso, in modo che ognuno possa svilupparle personalmente. Molte risentono purtroppo di un punto divista maschile (che è quello di chi scrive), ma questo è.


In ordine dall'accettazione
  1. Primo principio: ci sono stati altri pazienti prima di voi, non siete i primi (vedi il post appena sopra)
  2. Imparate bene il nome del policlinico: Campus Bio-Medico (il nome è strambo lo so, a me non piace, negli Usa, Università Campus Bio-Medico sta per Università Università Campus Bio-Medico). Campus infatti sta per università, non indica i prati di Trigoria. Bio significa vita in greco. Quindi, università che cura la vita. Non chiamatelo, se potete, Campo Biumedicus, Biocampo che sa di orto biologico.
  3. Ad alcuni può servire pensare a un vecchio shampoo alla mela verde
  4. Comunicazioni: i telefonini wind al momento non hanno campo
  5. Quando vi telefona (è successo sul serio) un call-center wind chiedendovi se volete approfittare di una eccezionale offerta, rispondete che manca il campo e aspettate la reazione
  6. Prestate un telefonino Tim a uno che ha urgenza di chiamare casa e ha un telefono di altra utenza (ipotizzo questa risposta dall'ufficio relazioni clienti della Wind Italia: "informiamo la gentile clientela che la nostra azienda garantisce copertura su tutto il territorio nazionale")
  7. Non abbiate paura di dire al personale che dovete fare una telefonata
  8. Relazioni: usate per comunicare (specialmente con le persone anziane, se ne avete in camera), parole semplici
  9. Poche parole con i medici, se hanno bisogno di sapere qualcosa, allora dite tutta la verità e nient'altro che la verità: dite lo giuro
  10. Cucina: dite a chi vi porta i pasti che non avete mai mangiato così, anche se avete una dieta ipolipidica. Probabilmente è pure vero.
  11. Non lo dite se quel giorno siete a digiuno.
  12. Quando viene a trovarvi vostra moglie, dite che come mangiate a casa, non mangiate da nessuna parte. Ma che in ospedale è il secondo posto dove vorreste mangiare
  13. Bar: Evitate di ordinare il caffè con una banconota da 100 euro (visto)
  14. Non dite alla cassiera che vi guarda come un marziano, che gli fate un favore liberandola di tutte quelle banconote (se ci pensate la frase, detta sul serio è assurda, detta come battuta non fa neanche ridere)
  15. Quando due o più mani da dietro la fila vi scavalcano e una voce con tono alterato dice: due decaffeinati per favore, vuol dire che dovete spostarvi dalla cassa e smettere di parlare con la cassiera (questo, tengo a precisare, è successo in mia presenza, ma non ero io a parlare)
  16. Se incontrate un medico in prossimità del bar, preferibilmente in uscita, non insistete per offrirgli un caffè, se declina. Magari siete il trentacinquesimo paziente che glielo offre.
  17. Potete ordinare quello che volete, a vostro rischio e pericolo (vedete le storielle gajarde di sotto)
  18. Cappellano: Se il cappellano viene a visitarvi, non significa che state per morire
  19. Se pensate di stare per morire, chiamate il cappellano
  20. Andate quando potete a vedere la cappella. Localizzate le entrate più vicine a voi.
  21. In cappella leggetevi il quaderno dove le persone scrivono le intenzioni per la Messa (vi potrà servire molto, bisognerebbe trascriverlo)
  22. Al cappellano potete anche dire le parolacce, non si scandalizza
  23. Le parolacce non sono le bestemmie (vedi sotto)
  24. Non abbiate paura di andare a Messa o di chiedere di portarvi la Comunione in camera: che penseranno gli altri? Ecchissenefrega non c'ho metti?
  25. Visite mediche: Rispondete a quello che vi chiedono con brevità (prendete me come controesempio)
  26. La vostra storia clinica non comincia con Adamo ed Eva e non comprende di solito molti dettagli tipo l'autobus che prendete al mattino o se vi piace più Dante o Petrarca.
  27. Fate presente al medico se parlare di Dante vi aiuta a non pensare alla malattia che avete o ditegli il numero dell'autobus che prendete ogni mattina, se vi sta facendo un test di memoria.
  28. Le persone che vi visitano non hanno tutte lo stesso grado: individuate il primario, il re della giungla
  29. Non fate battute al primario davanti agli altri (se però vi capita la battuta divertente potreste essere fortunati)
  30. Non fate voi la diagnosi e non date consigli
  31. Non dite: secondo me devo fare questo esame.
  32. Non insistete se vi dicono che non dovete farlo
  33. Guardate gli specializzandi e l'infermiera per capire se state dicendo qualcosa di sbagliato
  34. Se siete in camera con un altro paziente, e stanno visitando lui, non date consigli ai medici (voi non fate parte dell'équipe, neanche se avete studiato medicina)
  35. Nel caso precedente, la frase "sono un collega" è meno gradita di "sei un deficiente"
  36. Se potete, andatevi a fare quattro passi, o mettete l'iPod o le cuffiette
  37. Se dovete per forza stare dentro, non guardate fisso il vostro compagno cercando di sentire quello che dicono i medici e soprattutto non rispondete al suo posto alle domande che gli fanno (specialmente se si tratta di test di memoria: è facile che voi vi ricordiate che giorno è, ma lui no, è proprio questo il punto).
  38. Non arrabbiatevi, nel caso precedente, se lui non si ricorda il suo nome
  39. Non giudicatelo se non ricorda quello della moglie e se lo sbaglia non è detto che si riferisca all'amante (vedi sotto alla voce moralismo)
  40. Visite dei familiari: se siete i pazienti, non ingigantite le diagnosi per attirare l'attenzione dei familiari. Attenzione non è tensione. Provate a pensare che gli altri vi vogliono bene.
  41. Trovate altri modi per farvi dimostrare affetto
  42. Se siete i familiari, state attenti se c'è bisogno di affetto e non parlate di guai familiari
  43. Se ci sono familiari a rischio strarompi, non fateli venire
  44. Signora: le leggi del cavalierato non valgono all'uscita delle ascensori. Se lei è in visita e c'è un paziente che deve uscire dall'ascensore e magari ha un'asta con una flebo, non lo respinga all'indietro (variante ospedaliera delle norme di accesso alla metropolitana di Roma)
  45. In ogni caso, vale la regola di cui sopra: prima fate uscire la gente che esce
  46. Se siete già in ascensore, non premete subito il pulsante chiusura porte. Succede che il vecchietto che viene dietro rimanga dentro e la flebo che si porta dietro fuori (sperimentato)
  47. Se una persona con problemi di deambulazione deve uscire al prossimo piano fategli spazio e fatelo avvicinare alla porta.
  48. Se siete obesi, non fate finta di essere magri, ricordatevi che la vostra pancia ostruisce l'uscita
  49. Se siete presenti alla visita di un altro, non dite alla moglie quello che lui ha detto prima di andare a fare la gastroscopia o dopo: in quei casi non si è padroni dei propri atti
  50. Non informate i parenti dei pensieri del vostro vicino sull'eredità
  51. Parlare bene ai familiari di ciò di cui lui ha parlato male non è una bugia, è solo un punto di vista diverso
  52. Esami medici: se fate la risonanza magnetica, prima di entrare dell'accrocchio, chiudete gli occhi e pensate a cose divertenti.
  53. Non riaprite gli occhi
  54. Se fate la TAC, non cercate di fuggire per paura dalla parte di dietro, agganciandovi all'apparecchio
  55. Se fate prelievi del sangue, chiedete di mettervi distesi se avete paura di svenire, specialmente se il vostro peso supera i novanta chili
  56. Se i camici che certe volte dovete indossare lasciano scoperte parti sensibili del vostro corpo, fatelo presente (qui non succede, ma non si sa mai). Per inciso, i camici si indossano con i laccetti sul retro
  57. Non parlate quando vi misurano la pressione e vi auscultano
  58. Sin da piccoli sapete che lo stetoscopio non è l'apparecchio per l'udito dei medici: perché cercate di comunicare con loro parlando nel dischetto di metallo.
  59. Lavatevi le parti del corpo che verranno esaminate, prima che lo siano
  60. Le infermiere: vi trattano gentilmente, potete dare loro del tu, se avete una certa età possono anche darvi una carezza
  61. (vedi sopra) Non si sono innamorate di voi
  62. Non ci provate, fanno corsi di arti marziali, spesso hanno fidanzati robusti e in caso vi piantano una siringa nel collo (vedi sopra)
  63. Se si tratta di Sara, vi da due cartoni che vi passa ogni voglia
  64. Loro toccano voi (se e solo se è necessario), ma voi non toccate loro neanche con un fiore
  65. Fate loro dei complimenti e ringraziatele
  66. Se siete maschi non ci provate neanche con Alberto
  67. Pulizie e igiene: Se potete, uscite mentre le fanno, sennò state a letto
  68. Togliete gli impicci da terra
  69. Cercate di non entrare subito dopo che hanno pulito: fate asciugare il pavimento
  70. Pensate tutte le cose di senso comune che rimproverereste a vostro figlio.
  71. Ogni rifiuto organico deve finire indefettibilmente e precisamente in un contenitore (ogni caso diverso, siate sicuri che è sbagliato). Se necessario, esercitate la mira prima del ricovero
  72. Evitate di sbattere le sedie contro i muri per non rovinarli
  73. Se per sbaglio versate caffè o olio sui tavoli o sulle sedie, puliteli subito perché non si macchino, così dureranno di più
  74. Se le versate apposta, chiedete una visita medica
  75. Ricordatevi di cambiare i calzini o altri indumenti significativi
  76. Pensateci prima delle visite mediche
  77. Televisione e simili: godetevi la lontananza dalle trasmissioni televisive, scoprirete che potete farne a meno
  78. Se in una stanza hanno la televisione, non entrate tutti per vederla
  79. Non passate continuamente a chiedere informazioni (vedi sopra)
  80. Non chiedete di cambiare canale se siete ospiti (graditi o no)
  81. Immaginate (ma non augurateglielo) Michelle Hunziker, Maria De Filippi, Ilaria D'Amico e Carlo Conti in ospedale come voi
  82. Riscoprite la radio, ma limitatevi ad ascoltare i giornali radio. Non passate tutto il giorno ad ascoltare radio ideologiche (tipo canali laziali o romanisti)
  83. Comprate il giornale al vostro compagno di stanza e fatevelo leggere (giocate al telegiornale, è divertente!)
  84. Se a lui fa piacere comprategli il Messaggero o l'Eco (lontano) di Roccacannuccia col supplemento del concorso della vacca migliore. Sappiate aprire i vostri orizzonti a mondi nuovi
  85. Sport e politica: ognuno ha le sue legittime opinioni, non criticate Totti davanti a un romanista e prendete le dichiarazioni di Mourinho come un disturbo all'udito.
  86. Per il resto siate, in ogni caso, quello che siete, e più che litigare, spiegate le vostre ragioni
  87. Altri pazienti: riscoprite l'amicizia, ascoltateli con pazienza e parlategli di voi
  88. Cercate di sapere che cosa fa piacere ai vostri compagni di stanza
  89. Se hanno a cuore la loro famiglia, chiedetegli dei figli e della moglie/marito
  90. Domandate i loro nomi: quando verranno in visita, capiranno che avete a cuore il loro congiunto
  91. Se capite che vogliono essere lasciati in pace, non disturbateli
  92. Se volete essere lasciati in pace per qualsiasi motivo, ditelo chiaramente
  93. I due punti precedenti valgono particolarmente quando un paziente è reduce da gastroscopia e colonoscopia
  94. Se il vostro compagno di stanza è anziano, non uscitevene con frasi tipo: quando lei non ci sarà più, non parlate di eredità e cose simili
  95. Se è sordo, parlate a voce alta (se chiudete la porta, le stanze sono insonorizzate). In ogni caso, mostrate il labiale.
  96. Se non ci vede bene o non può camminare con facilità, aiutatelo
  97. Preoccupatevi, se soffre di amnesia e non lo vedete tornare
  98. Se potete, portatelo a fare una passeggiata e a prendere un caffé
  99. Se passeggiate per i corridoi del reparto, non gettate l'occhio dentro alle camere
  100. Se uno russa, fatevi portare da casa dei tappi per le orecchie (anche se molte volte non servono a nulla)
  101. Mai contraddire un russatore sul fatto che russa, più forte russa, più forte ve mena
  102. Se avete amnesie, probabilmente nessuna di queste regole vi serve
  103. Mantenete i contatti quando uscite dall'ospedale, avete passato un periodo significativo (anche poche ore) assieme
  104. Critiche: non siate moralisti/e
  105. Se l'infermiera ha il piercing o il tatuaggio, non rimproverateli: non è un peccato contro natura
  106. Non ditegli che è dannoso per la salute: lo sapranno bene da loro
  107. La coda di cavallo ai capelli per gli uomini, non è segno di degenerazione morale
  108. Se qualcosa non va, ditelo e non lamentatevi
  109. Nello stesso caso potete anche rimediare
  110. Se qualcosa non va e vi lamentate con gli altri, abbassate il morale della truppa
  111. Purtroppo alcune persone non possono evitare di emettere aria. Fate finta di non sentire.
  112. Alcuni degenti hanno l'abitudine di bestemmiare, certe volte non si può fare nulla, anche se vi da fastidio (può essere un'abitudine di molti anni)
  113. Distinguete le parolacce dalle bestemmie
  114. Ciò non toglie che potete fare presente che vi da fastidio e aiutare poco a poco con pazienza a depistare le bestemmie verso altre strade. Una vera forma di educazione.
  115. Se invece siete voi a bestemmiare, tenete presente le stesse cose di cui sopra al contrario
  116. Un uomo che sta chiuso in un ospedale è più sensibile al fascino e anche al corpo femminile. Non vi scandalizzate di eventuali commenti; quando vengono la moglie o i figli a trovarlo, cercate di favorire l'affetto reciproco
  117. Non raccontate alle mogli dei commenti di cui sopra
  118. Nel caso l'orientamento sessuale della persona che avete accanto lo porti ad avere attenzione nei vostri confronti, comportatevi come fareste normalmente fuori dall'ospedale.
  119. Non vi preoccupate troppo per le infermiere, che sanno che cosa fare in questi casi (vedi sopra)
  120. Chi vi chiede di togliervi un indumento prima di un esame non è per forza un maniaco: non fatevi mettere la flebo con il cappotto addosso
  121. Le fiamme dell'inferno nei vostri discorsi spegnetele con l'estintore: siete in un ospedale!
  122. Non parlate male ai medici di altri colleghi
  123. Tentazioni ed errori: alcune nuove invenzioni mediche sono geniali: tipo la nuova agocannula: non ve le fregate dalla medicheria. Se proprio vi piacciono, chiedetene una in omaggio
  124. Non bevete le soluzioni saline confondendole con l'acqua
  125. Lo stesso vale a maggior ragione per l'acido cloridrico
Beh qualcun'altra la andrò aggiungendo, ma potete aggiungerle anche voi

Good night and good luck

Marco

Fuori Campus

La PaLola nonostante la brutta botta rimediata in mattinata, non verrà operata al naso.
Ovviamente, i soccorsi di Betta e Mamma ER sono stati immediati, mentre il SuperBaffo coordinava le operazioni su scala nazionale dalla sua cabina di comando. Il Grande Fratello gradisce il gesto di solidarietà: Sis, vabbene l'affetto, ma pensa che adesso hai le responsabilità di zia...

Sunday, April 05, 2009

Vita di Campus (storielle gajarde)


Il marco ormai è ambientato in quel di Trigoria, e finita la prima e più consistente serie di esami, si muove per il Policlinico. Oggi il mio amico architetto, con cui fino a tarda serata abbiamo avuto conversazioni sui suoi lavori (me ne ha fatti vedere alcuni in foto sul portatile), sul mio mestiere, sul rapporto tra velocità nei voli intercontinentali e fuso orario; su come funzionavano i primi telefoni (chi lo sa, me/ce lo faccia sapere); su come si rimette a posto un sidecar o come si aggiusta una penna stilografica; su Frank Lloyd Wright e Giotto; su Picone e Ficarra e il dialetto palermitano. Chi sa perché l'iPhone si chiama iPhone e non ePhone, la posta elettronica email e non iMail? Se non lo sapete, scrivete vi rispondo. Sapete che la statua della libertà stava per crollare e come è stata salvata? Come sono state costruite le ferrovie negli USA? Che cosa era l'impero degli algonchini in quale caso è necessario capovolgere una cartina geografica per risolvere un problema? Spero proprio che ci rivedremo, un vero maestro.

Dopo la Messa della Domenica delle Palme, ho festeggiato (perché oggi è un giorno di festa, in cui si legge però il Vangelo della Passione) con l'unica cosa compatibile con la mia dieta ipolipidico-microscopica. Al bar c'era un signore che ha chiesto una mezz'acqua gasata in bottiglia, rifiutando quella che gli veniva data. Allora, escludendo il caso assurdo di una bottiglia metà piena di acqua gassata e l'altra metà di acqua liscia, si poteva ipotizzare una bottiglietta da 500 ml di acqua frizzante (no! dice il signore); a quel punto, un intervento ermeneutico (grazie Gadamer, figlio di Holter), ci ha portato a ipotizzare che la bottiglia fosse proprio la bottiglia e mezza gasata stesse per leggermente effervescente... insomma come in liscia, gasata e ferrarelle. Per chi poi vuole poi nuovi suggerimenti, vi lancio il succo di mela verde con latte, da accompagnare con un panino con tonno, pomodoro e maionese caldo. Ora io vi chiedo: è eticamente corretto per un barista favorire queste contraddizioni alimentari? Può dichiararsi obiettore di coscienza? È moralmente obbligato a fornire un'educazione alimentare? Deve accettare la libertà di coscienza del cliente (lo stomaco è mio e me lo gestisco io) e limitarsi al suo compito di pubblico ufficiale? Può essere rassicurato dal fatto che oltre la porta c'è una struttura ospedaliera? Può fondare un movimento che raccolga firme contro l'irrazionalità delle richieste dei clienti? E questo movimento deve essere apolitico oppure, in caso concreto, si schiererebbe a destra, a sinistra, sarebbe bipolare (probabilmente sì) o trasversale (la trasversalità dovrebbe essere sinonimo di mescolanza indebita e quindi incompatibile con i fini del movimento)? Quale sarebbe il suo motto? Se' po' magna'? I care?

Ma non buttiamola in politica. I giorni delle visite, arrivano nonne e bambini. I bambini Duracell approfittano degli ampi corridoi per correre: le nonne li inseguono. Ne ho vista una sui 75 correre con buono stile (non ha passetti, ma a falcate discretamente larghe). Il problema è stato che il bambino ha cominciato a girare tra i divanetti: e la nonna, in maniera assolutamente imprevista, ha tentato il salto del divano. Ho chiuso gli occhi... quando li ho riaperti, era distesa, metà per terra metà sul divanetto. Mi ha sorriso e poi si è rialzata ricominciando a correre. Nonni, non perdete la testa per i nipoti, chi vuole capire capisca!

Mentre bevo la mia spremuta, una specie di sora Lella mi dice, "'mmazza, st'ospedale è propio gajardo!". Un bel motto. E c'è spazio anche per il cabaret. "Te sembra de dì scemate, ma poi magari magari dici a verità.

Scopro che il mio compagno di camera confonde le persone e ha attacchi inconsulti di violenza... sarà una lunga notte
Ma l'oroscopo di Branko, sul Messaggero, dice che per la Vergine la settimana sarà positiva, prima di tutto per me, e poi, per l'incrocio di Saturno e Mercurio, da giovedì anche per la mia famiglia.

Good (forse) night and good luck

Marco

PS.: tutti i miei compagni di stanza sanno un sacco di cose di storia romana antica

PS.: purtroppo, stamattina una signora ha ricevuto una chiamata, la sua casa a l'Aquila è crollata, e non sa nulla di suo figlio, come dice Gino, mannaggia a' zzi prete...

Dolore inutile: aperta parentesi

(per stomaci forti)

Premessa: da quando il marco è al Campus, ha fatto una valanga di esami, non ne sa l'esito, ma non ha avuto altra sofferenza che lo strappo di qualche cerotto: penso che farsi la ceretta sia infinitamente peggio, uno dei vantaggi di essere maschio...

Detto questo.


Oggi l'architetto del letto accanto (vedi sopra) è stato dimesso, il mio terzo compagno di camera da oggi è Gino, anziano falegname, un po' svanito ("c'ho er cervello fracico", purtroppo una patologia della memoria che ho già conosciuto e che implica che qualsiasi discorso scompare immediatamente nel nulla). Moooolto triste. Scusa marco, ma questo argomento lo devi trattare prima o poi mentre sei in ospedale.

Per qualche filosofo morale Gino sarebbe da sopprimere. L'ho spiegato ai miei studenti, due si sono incavolati, una è uscita piangendo dall'aula. "Se le cose stanno così, voi filosofi potete andare al diavolo". Vale a spiegare che Peter Singer parla per il bene di Gino. Che Derek Parfit dice che un uomo senza memoria perde la sua identità di uomo. Alcuni loro seguaci pensano anche per al proprio bene: in certi ambienti, se affermi il contrario, perdi la cattedra. Un po' come nella vecchia Unione Sovietica. Certo, i filosofi di solito non pronunciano queste sentenza quando loro sono ricoverati (guardate La forza della mente (Wit) di Mike Nichols, con Emma Thompson); però è anche vero che quando io rispondo "senza pensarci" (peccato mortale per un intellettuale) ai miei amici con argomentazioni contrarie, "la persona, i diritti", ho anch'io l'impressione di pronunciare parole vuote. In mezzo c'è solo la compassione, che mi consiglierebbe di mettere tra parentesi "le ragioni della ragione e seguire quelle del cuore". Ognuno ha il diritto di non soffrire. Su questo siamo tutti d'accordo. Qui ne va della vita, mia e altrui. Io dico che la mia vita non è a mia disposizione, alcuni miei colleghi sostengono il contrario. E sembra che non ne veniamo a capo. Vorrei chiedere a un medico, a un'infermiera, a un malato, a un figlio che ne pensano. E vorrei che mettessimo giù i nostri pensieri, quelli su cui in fondo ci giochiamo la vita. Con sincerità, cercando anche di capire perché abbiamo determinate idee e anche come si vedono le cose con altri occhi. Un mio collega ateo, in un paese del nord Europa, si è rifiutato di insegnare Singer e ha rischiato di perdere il posto. Credo che sia un nostro diritto e dovere come persone e come pensatori di dire quello che pensiamo. Niente paura niente lezioni. Solo un raccontino.

Come mi dice ogni tanto mia madre (che qui non è responsabile per essere chiamata in causa), "impara a pensare con le mani". Le mani non fanno discorsi astrusi, toccano la realtà, modellano il dolore, umilmente. Penso a mia nonna che ci ha lasciati da poco più di un mese. Serena lei, sereni noi. Nessun frammento di dolore che fosse rimasto umanamente e cristianamente inutile (e mia nonna ha anche sofferto). Non è morta per una sentenza ineluttabile, per senso di colpa o "per il dolore". Nessuno di noi avrebbe permesso una briciola di dolore che fosse un di più. Aveva solo una tentazione, mia nonna, che mi ha fatto pensare al colloquio che hanno appena avuto Gino e Sara, la sua infermiera. Ci ho ripensato perché mia nonna, grazie a Dio, ha evitato questa tentazione, alla quale era incline, per carattere e per essere una persona che sa come va la vita.

Trascrivo questo colloquio semplice semplice, e non ci metto nessuna nota a pié di pagina. Quando Sara è entrata, pensavo al senso di tutto questo. Alla cattiveria di Dio e al cinismo della Chiesa che lo rappresenta mediante il suo pastore tedesco. Alla Chiesa senza compassione. A me e al mio vicino. In un gioco di contrappesi, a questa domanda segue una risposta immediata nella realtà. Che mi sembra un'onesta visione di quanto mi sta accanto.

Gino inizia che più alla romana non si può "era meglio quando c'era Nerone" "e perché?" "perché quello a cinquant'anni ti tagliava la testa e io a questo punto mi starei riposando da 25 anni; senza dare impiccio a nessuno!" "Ma quando eri giovane, i tuoi figli ti davano gli impicci, è giusto che ora se li prendano loro, è come in un cerchio" "Eh, ma oggi i figli e i nipoti aspettano solo i soldi e di te se ne fregano (nota del marco: i figli li ho conosciuti ma non mi sono sembrati dei mostri, ma persone normali, con tante cose da fare e da sistemare)"; sicuro, Gino ha anche ragione: pensare e agire in questo modo non si improvvisa. Si devono fare tante piccole scelte: per aiutare Gino ad alzarsi, dopo che ha mangiato, devo staccare gli auricolari e me stesso dal computer. E preferirei francamente farmi i fatti i fatti miei: pensare agli altri al tempo dell'IPod. Non si tratta di buttare l'iPod, o di non comprarsi l'iPhone, cosa che farò presto. Si tratta di staccare la spina quando è importante e di solito bastano pochi secondi. La stessa parola dono, che usiamo spesso noi filosofi, mi sembra spropositata. "Comunque, dice Gino, i soldi io glieli ho già dati così posso morire senza che si preoccupino di me e senza che io soffra perché so che loro non riescono a sopportare di avermi tra i piedi. La colpa però è mia che li ho educati male". Noto che Gino non ha mai parlato di dolore (e si vede che è una persona che soffre fisicamente e che nella vita ha sofferto): ma vuole morire lo stesso, per non essere un peso e perché ha finito i soldi con cui può comprare l'affetto e l'attenzione. Lui che ha costruito da solo un letto tutto di legno sul quale ha dormito da quando era giovane. Il fatto non è che lo aiutiamo a non soffrire. E non gli importa un fico secco del letto megatecnologico, quando la cosa che ricorda con orgoglio è il letto duro di legno che lui ha costruito con le sue mani, in cui ha dormito per quasi tutta la vita, che è in qualche modo una vita di legno e che probabilmente verrà buttato da qualche parte. Gino soffre ma quando morirà non sarà essenzialmente di dolore. E si lamenta che la sua famiglia si è sciolta su questioni di eredità: si sono scannati per i soldi, a me sarebbe bastata la pipa che fumava mio padre. Per ricordarmelo.

"Settimana scorsa, mi sono presa mia madre e me la sono portata a Parigi. Regalo della figlia!" dice Sara a Gino, che risponde scettico "si vede che tu sei fatta di una pasta diversa!". Non mi pare un dibattito particolarmente evoluto sul dono e sul rischio teorico che diventi uno scambio: dai perché ricevi qualcosa, perché speri di riceverla o per stare in pari con gli altri. Mi sembra un ragionamento molto umano, terra-terra, mano che mescola la terra e gli soffia in qualche modo la sua vita. Per questo i cristiani hanno sempre costruito ospedali. E cattedrali, dove si armonizzano bellezza e armonia, fatica e riposo, ciò che gli uomini contemplano e dettagli che solo Dio vede dall'alto. Che hanno fondamenta, statue, chiavi di volta, archi. Dove i poveri potevano anche dormire la notte, i criminali avere diritto d'asilo, gli stessi sacerdoti predicare con forza e amministrare il perdono e la consolazione di Dio. Mi scriveva un'amica atea olandese: ma perché queste cose le realizza sempre la Chiesa (o chi ha Dio nella sua visuale)? Io credo che se la Chiesa, nella sua integrità mette tutti i pezzi a posto. La Chiesa difende la vita, e poi si inventa gli ospedali, le suore come Madre Teresa che dedicano tutta la vita ad aiutare poveri e malati; e tanti medici e infermiere che, zitti zitti, spendono la vita con passione per gli altri. Come Federica, che quando passa, da una carezza a Gino.
È anche vero che noi uomini, credenti o no, possiamo farci a vicenda una cosa qui sulla terra: trasformare il dolore della vita, non sopprimere la vita. Con le nostre mani possiamo toccare il dolore, curarlo, carezzarlo, trasformarlo, soffiargli la vita, come fece Dio con Adamo. Possiamo ripararci noi vasi rotti. A vicenda. Questa è la vita che ci sta a cuore, dentro e fuori dagli ospedali. Per alcuni si chiama 'immagine e somiglianza di Dio', altri la intuiscono come qualcosa di intoccabile, specialmente quando è fragile. La vita che sta flebile e inutile sotto le macerie di un terremoto, la vita che una madre protegge sotto i calcinacci, la vita che una suora regala ai bambini della sua scuola, perché rimane lì fino a che è sicura che l'ultimo è salvo. Chissà se in quella scuola tutti i bambini e le altre suore di sono salvate, ma l'edificio e soprattutto il crocifisso antico sono andati distrutti, achicciati come la suora. Certe volte abbiamo la tentazione di fissare lo sguardo solo su un aspetto, e perdiamo la visione d'insieme della cattedrale, la forma del vaso nel quale abbiamo messo l'acqua e un fiore. Questo vale per tutti, credenti e non. Lo facciamo anche con gli animali e poi siamo così complicati da negarlo ai nostri familiari.
Certo, per un cristiano, nel giro della vita, oggi è anche la Domenica delle Palme, il giorno in cui si attendevano gloria e denaro, e che una settimana dopo terminò con una ingiusta condanna a morte di una persona scomoda. Come se Dio avesse fissato le mani umane che curano, con tre chiodi, prendendosi sulle spalle il dolore. È questo l'aiuto che noi umanamente possiamo darci. E se pensiamo alla Chiesa nel suo insieme, vediamo che ha tutti gli ingredienti per rafforzare questa visione laica del mondo. Non aut-aut, ma et-et. Grazie a Dio. È un'architettura che tutti gli ultimi Papi hanno trattato da punti di vista di vista diversi, ma soprattutto l'hanno incarnata nella loro vita: la gioia per la vita di Giovanni Paolo II, l'attentato, le sue sofferenze fisiche e morali, i limiti della fine dei suoi ultimi anni, la Via Crucis scritta e percorsa al Colosseo sotto la pioggia, ma anche il desiderio umano di una morte santa, umana e piena di dignità. Lasciatemi andare, la forza e la debolezza di Giovanni Paolo II, le sue ultime parole e il titolo del suo ultimo libro, pubblicato postumo. Su questo cavallo, per onestà intellettuale, il marco punta la sua vita. Non sa se le sue rimarranno parole. Quanto sarà stanco tra qualche anno e quanto gli altri saranno stanchi di lui. Se gli altri e Dio mi aiutano dovrei farcela. E qualcosa che mi devono e che io devo a loro. So che sto dicendo parole che pesano tanto e sto facendo una promessa. Qui sta la mia dignità. Grazie per Sara e Gino.

Good Night and good luck

Marco


Gino: "più dde me cce saranno, ma bisogna vedé s'i trovi"